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MODUS OPERANDI: Educato e gentile, sadico e amante del sesso estremo, finiva, al suo dire, per incappare in incidenti di percorso...le sue vittime morivano durante l’amplesso, strozzate o soffocate da lacci o sacchetti di plastica, poi fatte a pezzi disseminate qua e là oppure interrate...

Serial Killer: Gianfranco Stevanin - Biografia (p.2)
1.4. Esame delle perizie Sono state molte le volte che i periti hanno incontrato Gianfranco Stevanin, così come lo sono state le ore di colloquio; di conseguenza, lunghe e dettagliate sono state le relazioni psichiatrico-forensi sulle condizioni di mente del periziando, presentate durante l'incidente probatorio.
1.4.1. Le perizie d'ufficio I periti d'ufficio, Ugo Fornari e Ivan Galliani, nominati dal Gip del tribunale di Verona, Carmine Pagliuca, hanno ricevuto l'incarico ben due volte, una in data 13 aprile 1996, l'altra in data 21 settembre dello stesso anno. I risultati dei test effettuati sono i seguenti: (23)
scala di intelligenza Wais, Q.I.=114; si tratta di un soggetto con buona dotazione originaria, con armonico sviluppo delle funzioni psichiche. test di Behn-Rorschach; mette in evidenza un'affettività "guardinga", un adattamento affettivo con poca libertà e flessibilità, mediato dal calcolo e dal ragionamento; si può, quindi, desumere l'esistenza di meccanismi di ipercontrollo rigido. test di Rosenzweig; rivela la presenza di un elevato numero di risposte extrapunitive, indice di vulnerabilità dell'Io. M.M.P.I.; il profilo che ne deriva, rivela una preoccupazione del soggetto di fornire un'immagine di sé convenzionale, verosimilmente al fine di evitare presunti giudizi negativi. IPAT (ASQ); rivela il livello d'ansia; il risultato ottenuto si riscontra, di solito, in soggetti eccessivamente rilassati, sicuri. TAT e ORT; mostra una buona capacità di identificazione nelle situazioni, nei personaggi e nell'atmosfera emotiva. Al termine dei test, i periti commentano con Stevanin i profili ed i risultati di essi, affermando che è ben dotato intellettivamente, non emergono difetti di memoria, non ci sono dei grossi indici di dispersione; di fondo, non è una persona ansiosa e neppure depressa; risulta essere un soggetto sospettoso e cauto; emerge anche una certa aggressività, il bisogno di tenere tutto sotto controllo (elemento tipico dei serial killer) e l'incapacità di lasciarsi andare alle emozioni.
La madre. Durante i colloqui con i periti, Stevanin parla a lungo della madre, con la quale dice di aver avuto sempre un buonissimo rapporto. Spiega, però, di non essere mai riuscito ad avere una relazione duratura con le ragazze (fatta eccezione per Maria Amelia), perché lei si intrometteva sempre; afferma: "mia madre era peggio di uno 007, era praticamente impossibile depistarla, era peggio di un segugio, praticamente mi faceva dire quello che in realtà io le volevo tenere segreto". (24) Da un certo momento in poi, Stevanin esclude i suo genitori dalle sue storie personali facendo di testa sua; tutto questo rivela, secondo i periti una rapporto molto conflittuale ed oppositivo con la figura materna. Sua madre, comunque, ha avuto una grande importanza per lui, specie nei primi quattro anni della sua vita. Tanto che, alla fine, ammette che potrebbe aver influito molto l'allontanamento dalla famiglia e la chiusura in collegio, dove si sentiva oppresso e non amato; tutto questo lo ha fatto soffrire perché non è più stato oggetto delle cure e dell'attenzione della madre. Afferma, infatti, che "l'affetto della madre è un affetto unico; più nessuno nella vita dà quello che la madre ha dato ad ognuno di noi quando eravamo bambini; mia madre, senz'altro, mi dava tutto il possibile"; (25) questo è il suo convincimento, cioè che la madre fosse sempre dalla sua parte, nonostante l'avesse mandato in collegio ed avesse per questo motivo patito un senso d'abbandono. Infatti, quando scappa dall'istituto, ha il suo primo rapporto sessuale con una donna sposata, proprio perché in lei cerca, per i periti, più l'affetto che non la libertà e quella donna rappresenta per lui l'immagine materna.
Secondo Fornari e Galliani, la madre ha sempre considerato Gianfranco Stevanin come un bambino, non lo ha lasciato crescere; addirittura quando in un incidente provoca la morte di una persona, la madre lo tranquillizza e lui stesso disse che lei aggiunse: "ti comprerò una macchina nuova". È nell'infanzia, dicono i periti, che si è costruita una figura fonte inesauribile di gratificazioni, poi la frustrazione di un bisogno e la delusione di un'attesa gli può aver causato un trauma. Si ha "un involuzione del sentimento", fino al suo spegnimento, con la progressiva prevalenza dell'erotismo, fino al trionfo assoluto di questo. La constatazione: "la donna non mi può dare spontaneamente e disinteressatamente quello che mi dava mia madre", esprime la sua profonda delusione; quindi l'amore originario si è un po' per volta trasformato in odio per la donna, pur continuando a cercare nella figura femminile la fonte della gratificazione primaria; costatando però la vanità di questa ricerca, ripiega su condotte di compensazione.
La figura della donna. Dal quel momento in avanti, la donna non è stata più vissuta da lui come buona e tutte le esperienze che ha avuto hanno consolidato in lui quest'idea. A livello inconscio, spiegano i periti, Stevanin si è convinto che non sarebbe mai cresciuto, che non sarebbe mai stato in grado di stabilire una relazione paritaria con la donna e ciò per colpa della figura femminile stessa. Tutte le attese sono state deluse e Stevanin "chiude la partita degli affetti, perché convinto che le donne lo obbligassero a chiudere questa partita", (26) non perché egli non avesse il desiderio di dare affetto; si sente amareggiato perché le donne lo hanno "fregato pesantemente", iniziando dalla madre.
Secondo Fornari e Galliani, sacrificare l'affettività è stata la sua sconfitta; nel rapporto di coppia, egli si ritiene un perdente, un vinto e di questo ritiene responsabile la donna. Cercano di capire, i periti, cosa possa essere successo dentro di lui per arrivare ad uccidere quattro donne; ma egli stesso non sa spiegarlo; si cela dietro molti "non ricordo" e afferma che "la nostra memoria, nel decidere quali ricordi lasciare vivi e quali lasciar andare, opera una selezione. In base ad essa potrebbero mancare particolari importanti; è probabile che si cancellino i ricordi di poca importanza e quelli brutti". (27) Ha dei flash, rievoca qualcosa e "le uniche che seppellisce (la Pulejo e la Pavlovic), sono quelle che ricorda con affetto; delle altre due dice di non rammentare neanche il nome; del resto con queste ultime, non c'era legame alcuno"; (28) infine aggiunge che "se mi dicessero che ci sono altre vittime oltre a quelle quattro, non saprei cosa dire". Da queste risposte, spiegano i periti, non si riesce ad approfondire la psicodinamica dei suoi reati, né a comprendere appieno i suoi vissuti; il suo atteggiamento rimane bloccato e chiuso, non tradisce emozione alcuna.
L'attenzione di Stevanin, però, è altissima, è turbato, soprattutto vuol sapere se tutto il discorso fatto lo può portare al riconoscimento di una patologia che potrebbe averlo indotto a compiere i delitti; vuol sapere inoltre se e come interrompere questa potenziale patologia, sostiene infatti che "se gli argini posso metterli io, praticamente la pericolosità non ci sarebbe più". (29) Attraverso queste parole, affermano i periti, appare chiaro l'obiettivo perseguito da Stevanin e la sua strategia difensiva; del resto, dai colloqui effettuati non emergono sensi di colpa o rimorso verso le vittime ed i loro parenti.
I temi psicologici dominanti. Emergono alcuni elementi ricorrenti in molti momenti della sua vita, considerati dai periti di straordinaria importanza:
l'abbandono, che non scatena soltanto la solitudine, ma spinge anche alla ricerca compulsiva di qualche forma di riempimento. il vuoto, che è "la negazione del sentimento"; Stevanin associa tristezza-solitudine-freddo; la mancanza totale di sentimento coincide, per lui, con la solitudine; "ho sentito la vera solitudine", ripete più volte, "soprattutto dopo la fine della storia con Amelia"; di contro, si collocano i vissuti legati all'amore e al sentimento, termini che associa a trasporto-amore-famiglia-fisicità-intimità. I ricordi. Sono i periti, ma anche gli avvocati difensori che, in ogni incontro, sollecitano Stevanin a ricordare il più possibile dei momenti cruciali degli incontri con le vittime, quelli in cui è avvenuta la morte. Sono soltanto i racconti riguardo alla Pulejo e alla Pavlovic ad essere fluenti, proprio perché, come detto, sono quelle a cui Stevanin era in qualche modo legato; relativamente alle altre vicende le memorie sono bloccate, per queste ha dei flash; spiega che "non c'è una visione che mi porta da qui fino alla fine, vado spezzettato". Tutti i suoi ricordi, afferma di "riviverli come se rivivessi un sogno, non come di qualcosa che è veramente successo". (30) Ed è così che, nelle lunghe rievocazioni ricche di "presumo di ricordare", "potrebbe essere", "non ricordo", "pensandoci bene", racconta di aver fatto a pezzi i corpi di alcune ragazze e che a quelle reminiscenze collega due flash di zone vicine a dei canali, dove potrebbe aver buttato i corpi o parti di essi. Sottolinea che nessuno di questi ricordi gli fa pensare ad un omicidio, precisando, però, che "questo lo dico per la mia coscienza, non per voi"; anzi ammette di essere raccapricciato all'idea di aver fatto qualcosa del genere e non sa darsi una spiegazione di come possa essere arrivato a tanto.
Nonostante i numerosi inviti dei periti, al fine di rinunciare ai suoi "non ricordo" ed incoraggiandolo in un clima estremamente comprensivo, Stevanin afferma: "io continuerò a sforzarmi, anche se mi costa; indipendentemente da quello che mi costa, se per caso dovessi ricordare parlerò; non è mica simpatico dover ricordare cose simili". (31) Nessuna rassicurazione da parte di Fornari e Galliani, quindi, è riuscita a smuoverlo più di tanto; tutto questo, secondo i periti, indica la natura tutt'altro che psicogena delle sue amnesie; infatti, la caratteristica propria del suo modo di non ricordare documenta in maniera quanto mai chiara che egli può ricordare tutto perfettamente, altrimenti non gli sarebbe possibile, a tratti, ricordare in modo così dettagliato.
Considerazioni conclusive. In primo luogo, Fornari e Galliani, sottolineano che Stevanin si è sempre presentato ai numerosi incontri avuti presso il carcere di Verona Montorio; si è dimostrato lucido, cosciente, perfettamente orientato nel tempo, nello spazio, nei confronti della propria persona e della situazione di esame. Hanno valutato la modalità di esposizione, osservando che è completamente aderente alla realtà processuale e alle sue esigenze, nonostante non abbia seguito un filo logico nella ricostruzione degli eventi. Stevanin è apparso, come detto, molto dotato sul piano intellettivo, attento, preciso, pignolo fino all'eccesso; una coerente e costante freddezza ha accompagnato ogni suo dire.
Affermano i periti che "Stevanin ha invocato improvvisi black-out della coscienza e rievocazioni del tipo dream-state, per quello che riguarda gli eventi più vicini ai delitti"; ma il modo in cui ha ricordato i fatti "è assolutamente incompatibile con un disturbo dello stato di coscienza, quale il soggetto vorrebbe far intendere esser stato presente in lui". (32) Nel fornire le proprie ammissioni, aggiungono, è molto attento alle esigenze processuali, ma anche a quelle di "immagine", allo scopo di apparire agli altri come una persona dedita a pratiche di sesso estremo, ma non come un sadico o un violentatore; è evidente la precisa intenzionalità di "ammettere quanto non può più essere ragionevolmente negato". I comportamenti sessuali, pur rivestendo carattere di abnormità e di perversione, non possono assumere valore di malattia; quindi non acquisiscono rilevanza alcuna agli effetti della valutazione dell'imputabilità. Non corrisponde ad alcuna "entità clinica e/o psicopatologica l'atmosfera di sogno e di irrealtà in cui il periziando ha cercato di ammantare le prime ammissioni"; (33) è evidente che Stevanin ha utilizzato questa modalità espositiva in modo intenzionale: "accampa dei ricordi in forma di flash e delle lacune amnesiche che vengono poi facilmente recuperate con ricordi dettagliati dell'ambiente in cui si sono svolti i fatti, degli oggetti, dei comportamenti, di ciò che è avvenuto dopo" (34).
Quindi i periti sostengono con sicurezza che questi dati non sono assimilabili a quegli "stati crepuscolari" tipici della personalità multipla. Affermano, altresì, che la capacità di giudizio, di analisi, di critica, sono perfettamente conservate e che Stevanin presenta una "cronica incapacità di dire il vero, un'eccessiva fiducia nelle sue capacità ed abilità, un temerario piacere a sfidare gli altri, una consumata abilità a presentarsi come vittima-carnefice, un freddo controllo della situazione peritale, una struttura narcisistica ed egodistonica, un mal dissimulato disprezzo per la donna". (35) Questi tratti sadici, perversi e narcisistici sono comuni alla maggioranza degli assassini seriali, per cui possiamo considerare Stevanin un serial killer tipico.
"In questi soggetti", continuano i periti, "il deterioramento dell'esperienza affettiva è espresso nella loro insofferenza per qualsiasi accrescimento di angoscia; nella loro incapacità di deprimersi provando un dolore che riguarda la loro persona; nella loro impossibilità di innamorarsi e di provare tenerezza nelle relazioni sessuali". (36)
In conclusione, dal complesso delle loro indagini, dalle cartelle cliniche analizzate, dalla condotta avuta, Fornari e Galliani affermano che, al momento dei fatti per i quali è sotto processo, Gianfranco Stevanin non era affetto da alcuna infermità tale da costituire vizio parziale o totale di mente.
1.4.2. Le perizie dell'accusa Lo psichiatra Marco Lagazzi ha partecipato, in qualità di consulente del pubblico ministero Maria Grazia Omboni, alle operazioni peritali condotte dai periti Fornari e Galliani sulla persona di Gianfranco Stevanin ed ha ritenuto necessario trarre alcune osservazioni di carattere clinico e psichiatrico-forense, riguardanti i seguenti aspetti della condizione clinica e comportamentale del periziando:
la definitiva valutazione circa la sussistenza o meno di patologie somatiche, neurologiche o psichiatriche, in atto al momento dei fatti. lo studio del comportamento del periziando nella vicenda processuale e peritale. la coerenza tra la personalità del periziando, messa in luce dalle protratte indagini peritali, e le caratteristiche proprie dei serial killer. In merito al primo aspetto, Lagazzi ha rilevato che, come documentato dalla sua stessa storia clinica e dal diario clinico della casa circondariale, Stevanin "non risulta essere affetto da nessuna patologia somatica o psichiatrica di rilievo". (37) Al contrario risulta, sempre secondo Lagazzi, che il periziando ha mantenuto sempre una costante vita sociale e di relazione; la stessa meticolosità del soggetto nella descrizione delle pratiche sessuali, la capacità di ricordarne la frequenza, la durata delle stesse, consente di chiarire come, in ogni momento delle sue attività, Stevanin sia stato "pienamente edotto di quanto faceva" e come "conservi un adeguato ricordo di quanto vissuto e realizzato". (38) Per quanto riguarda il tema dei "non ricordo", attraverso i quali Stevanin ha articolato il suo dialogo con i periti, il consulente dell'accusa sostiene che essi non corrispondano ad alcuna possibile manifestazione amnesica di carattere psicopatologico o deficitario. Oltre a ciò, rileva che non risulta documentato alcun ricovero ospedaliero in ambito psichiatrico, mentre risulta allegato solamente un trattamento psicologico, limitato nel tempo, risalente a molti anni addietro (a causa del trauma cranico riportato nell'incidente stradale del 1976). Quindi, Lagazzi, esclude con certezza ogni possibile dubbio circa la piena imputabilità del periziando.
Circa questo aspetto delle indagini peritali e della situazione processuale, Lagazzi è perfettamente d'accordo con i suoi colleghi Fornari e Galliani, in particolare sul mantenimento del contatto con la realtà da parte di Stevanin. Afferma, infatti, che il periziando, in ogni momento delle indagini, ha sempre mostrato una costante attenzione per gli elementi che emergevano, un'eccezionale capacità di concentrazione e di gestione del dialogo; in questo modo esprime un'immagine di sé coerente con i suoi fini e con la sua strategia difensiva. Lagazzi nota, inoltre, un'attenta consapevolezza delle notizie che emergevano attraverso la stampa ed una meticolosità nel proporre un'immagine di sé il più possibile positiva. Il perito definisce Gianfranco Stevanin "ben agganciato alla realtà", quindi del tutto adeguato rispetto all'esercizio dei propri diritti difensivi. Anche Lagazzi, come i periti nominati dalla Corte, è d'accordo nel sostenere la piena coerenza tra le caratteristiche di Stevanin e quelle proprie della maggioranza dei serial killer descritti nella letteratura e nella cronaca. Particolarmente importante, a questo proposito, è "l'eccessiva fiducia nelle sue capacità e quel temerario piacere di sfidare gli altri". (39) Proprio questo, infatti, è uno degli elementi tipici degli assassini seriali; la tesi della difesa, invece, è che questo è un sintomo di una ridotta capacità di intendere e di volere. Secondo Lagazzi, se questa teoria venisse accolta, nessun autore di omicidi premeditati potrebbe sottostare a processo. Come abbiamo analizzato in precedenza, ognuno di questi assassini ritiene di essere più capace degli inquirenti e di farla franca; spesso, accade che sia proprio lo stesso assassino seriale a decidere la propria strategia difensiva, anche al di là dei suggerimenti dei propri difensori; proprio perché è convinto di saper gestire meglio il complesso gioco di menzogne, ammissioni e verità che intende proporre agli investigatori. In alcuni serial killer, spiega Lagazzi, questa tendenza a rifiutare la delega a terzi della propria difesa è molto evidente. Quindi non condivide, anzi considera addirittura fantasioso, voler qualificare questa scelta oggettiva come una "automatica diminuente della capacità processuale del periziando", come, invece, sostengono i consulenti della difesa.
Il perito del P.M. termina la sua relazione affermando che "nulla consente di identificare in Gianfranco Stevanin un minus habens, ma, al contrario, è un individuo la cui personalità e le cui risorse sono del tutto compatibili con i molti delitti realizzati e con l'impunità che, se non si fossero verificati il caso Musger ed i casuale ritrovamento dei reperti, forse ancor oggi lo caratterizzerebbe". (40) In conclusione, Lagazzi, ritiene di poter solo confermare le "chiare ed incontrovertibili valutazioni" alle quali sono giunti i periti Fornari e Galliani. Con questo riafferma la piena capacità processuale del periziando, attestando, con piena serenità e al di fuori di qualsiasi dubbio, l'assenza di elementi psicopatologici tali da integrare una condizione di infermità di mente; quindi ritiene necessario consegnare Stevanin al giudizio che lo attende, per i gravi e ripugnanti delitti da lui compiuti.
1.4.3. Le perizie della difesa Gli avvocati Accebbi, Dal Maso e Roetta, difensori di Stevanin, nominano i periti Francesco Pinto e Giovanni Battista Traverso, per dare una valutazione del caso in chiave psichiatrico-forense e, quindi, per valutare la presenza, al momento dei fatti per i quali si procede, di un'infermità che ne limitasse grandemente o ne escludesse la capacità di intendere e di volere. I due esperti incentrano la valutazione dell'imputabilità su un episodio ritenuto da entrambe la parti processuali fondamentale per lo sviluppo della personalità di Gianfranco Stevanin: l'incidente del 1976.
I periti di parte spiegano che Stevanin è affetto da una "complessa sindrome psicopatologica su base organica di origine post-traumatica, ben dimostrabile sul piano strutturale e funzionale (esami TAC e RMN), che interessa entrambi i lobi frontali, il lobo temporale destro ed alcune strutture profonde del sistema limbico, sede degli istinti, dell'aggressività e della memoria"; (41) ciò ha determinato una grave forma di epilessia temporale post-traumatica.
Stevanin viene più volte ricoverato prima all'ospedale di Legnano e successivamente trasferito nel reparto neurochirurgico dell'Ospedale Civile Maggiore di Verona, dove i medici intervengono chirurgicamente per ricostruire il margine orbitario destro. Dopo due anni dall'incidente viene nuovamente ricoverato a causa della comparsa di "crisi di perdita di coscienza generalizzante". Nonostante la terapia, le crisi epilettiche continuarono a comparire, tanto che nel 1980 si assiste ad un nuovo ricovero per "crisi comiziali". I periti di parte sostengono che il lobo frontale "sovrintende a quei fenomeni di controllo, critica ed inibizione che consentono valutazioni e scelte adeguate, soprattutto quando si tratta di scelte comportamentali o, comunque, correlate a problematiche eticamente rilevanti". (42) Le alterazioni del sistema limbico, poi, spiegano la presenza di "carenza critica e di disturbi della memoria di fissazione".
Pinto e Traverso sono concordi nel sostenere che le suddette anomalie cerebrali sono state responsabili di gravi e significativi cambiamenti comportamentali, riconosciuti da tutti, ed hanno avuto un "ruolo centrale nella strutturazione di alterazioni della personalità di tipo patologico"; queste alterazioni riguardano sia la personalità generale del periziando, ma soprattutto la sfera della psicosessualità, determinando vere e proprie parafilie, che, abbiamo visto, sono disturbi psichiatrici codificati nel Manuale Diagnostico e Statistico (D.M.S. IV) dell'American Psychiatric Association.
Tutte queste alterazioni patologiche a carico del sistema nervoso centrale, secondo i consulenti tecnici della difesa, hanno pesantemente condizionato non solo la commissione dei reati per i quali si procede, ma anche tutti i reati precedentemente commessi. Naturalmente, i periti hanno accostato a queste anomalie altri elementi significativi, quali esperienze nell'infanzia e nell'adolescenza, le alterate relazioni parentali, il contesto socioculturale, l'utilizzazione di materiale pornografico, l'intervento di fattori situazionali.
Sul piano affettivo-volitivo, Stevanin appare, a loro dire, appiattito, instabile, labile, "portato a reagire in modo acritico agli stimoli interni ed esterni. Incapace di scelte ponderate, in quanto facile preda di spinte incontrollate e di episodici momenti di discontrollo, nei quali, verosimilmente, la patologia complessa di cui soffre si rinforza, annullandosi le difese a livello superiore e comparendo strutture psicotiche, che emergono nei momenti in cui alle fantasie perverse si sostituisce la perversione agita; a questo punto la sostituzione di un'intenzionalità con un'altra diviene estremamente difficile, permettendo la concretizzazione dell'evento delittuoso". (43) I consulenti tecnici della difesa precisano, inoltre, che nell'interpretazione dei test non si sono limitati ad un'analisi formale dei protocolli, come, invece, sostengono abbiano fatto i periti d'ufficio; dichiarano di aver considerato "il discorso del paziente nella sua interezza" (44), riscontrando una patologia neuropsichiatrica grave, che costituisce infermità ai sensi di legge; ritengono, quindi, che Stevanin abbia commesso i reati "in uno stato di mente tale da escludere sia la sua capacità di intendere, vale a dire la capacità di comprendere il vero significato delle sue azioni e le loro conseguenze sul piano giuridico, sia la sua capacità di volere, cioè la libera scelta di autodeterminarsi secondo i motivi". (45) Data la gravità della situazione patologica sofferta dal periziando, ritengono che egli debba considerarsi, dal punto di vista clinico-criminologico, persona socialmente pericolosa.
1.5. Il processo davanti la Corte d'Assise "È processabile. Gianfranco Stevanin è sano di mente". Sulla base delle perizie psichiatriche, il 5 novembre del 1996 viene rinviato a giudizio. Un anno dopo, lunedì 6 ottobre 1997, in Corte d'Assise si apre il dibattimento. Diciannove udienze, centoquattordici giorni in aula, novanta testimoni che sfilano davanti ad una giuria popolare quasi interamente composta da donne: quattro giovani ragazze, più o meno della stessa età delle vittime e due uomini. Anche il pubblico ministero, come detto, è una donna: Maria Grazia Omboni ha esposto i fatti alla Corte, presieduta da Mario Sannite e con Mario Resta come giudice a latere.
Soltanto per la lettura dei capi d'imputazione, il cancelliere ha impiegato diciassette minuti: una serie di articoli del codice penale per crimini atroci che neppure l'asettica formulazione giuridica riesce ad attenuare. Nell'aula parole sconvolgenti richiamano una carrellata di immagini da brivido: "sesso estremo", "mutilazioni di parti intime", "deturpamenti di cadavere", "sadismo", "brutalità". Il sostituto procuratore punta il dito su "la criminosa attività sessuale, che era la principale occupazione di Stevanin". Il magistrato inizia con un racconto che va indietro nel tempo, quando una sera del 1989 l'imputato fu fermato dalle forze dell'ordine; in macchina aveva un campionario di attrezzi erotici, cacciaviti, un coltello e una pistola scacciacani. Maria Grazia Omboni ripercorre, poi, i tre anni di attività investigativa alla ricerca di persone scomparse e dei loro corpi sepolti: l'austriaca Roswita Adlassnig (mai trovata), Claudia Pulejo, Blazenka Smojo, Biljana Pavlovic. E ancora: il mistero del tronco non identificato (forse quello di una prostituta di origine tailandese) e il giallo dell'omicidio in fotografia, l'altra donna senza nome. Riassume le caratteristiche dell'inchiesta sviluppata soprattutto sulle sconvolgenti dichiarazioni di Stevanin durante gli interrogatori in carcere. Confessioni, secondo l'accusa, rilasciate dall'agricoltore nella speranza di barattarle con la possibilità di esser riconosciuto incapace di intendere e volere.
Alla prima udienza l'aula è strapiena. Il "mostro di Terrazzo" non tradisce nemmeno un attimo di turbamento, è un blocco di ghiaccio, non batte ciglio davanti ai parenti delle vittime che un implacabile regista sembra aver voluto collocare a pochi metri dalla gabbia. L'imputato ottiene subito di stare fuori da questa e siede tra i suoi avvocati. Attento, impassibile, non perde una parola, prende appunti come uno studente diligente. Ha anche cambiato fisionomia: si è tagliato la barba e rasato completamente i capelli, forse un coupé de theatre orchestrato dai suoi difensori, affinché giudici e giurati possano vedere la cicatrice semicircolare che il loro assistito porta sulla tempia destra, conseguenza del noto incidente del 1976. Agli psichiatri viene data la parola già alla seconda udienza, precedenza chiesta dal P.M. ma osteggiata dai difensori.
Il professor Ugo Fornari dipinge dell'imputato un ritratto a tinte fosche: "è un serial killer che mi ha affascinato; dopo i colloqui con lui ero stanchissimo, perché sgusciava via come un'anguilla. Giocava come il gatto fa con il topo, ma in questo gioco il topolino ero io". Per il perito d'ufficio, le confessioni non sarebbero altro che "le rivelazioni di ciò che lui stesso non poteva più nascondere". (46) Stevanin, insomma, è uno stratega abilissimo, intelligente e dotato di un certo carisma. "Assaggiava le reazioni facendo ipotesi; a seconda delle nostre reazioni faceva marcia indietro o andava avanti". (47) L'esperto in questione respinge con forza l'ipotesi di trovarsi davanti un malato oppure ad un soggetto affetto da sdoppiamento della personalità, afferma, infatti, che i tanti "non ricordo" pronunciati da Stevanin contrastano con altri minimi, a volte inutili, particolari raccontati dall'agricoltore. Il suo comportamento sarebbe frutto di una "ipoaffettività e conseguenza di una disfunzione sessuale". Ma sapeva quello che faceva fino all'ultimo momento. Secondo Fornari è un bambino mai cresciuto, a causa della madre che non l'ha mai lasciato crescere, lo ha sempre giustificato, impedendogli così di provare rimorso o pentimento per le uccisioni delle donne. Tant'è che "le donne che si ribellavano erano quelle che si salvavano"; insomma, Stevanin al comando "no" ubbidisce; riemerge in lui il bambino che teme la madre, che l'ascolta quando lei gli impone di fare qualcosa.
Il perito della difesa, Traverso, sostiene, invece, che Gianfranco Stevanin è una persona malata, che la parte destra del suo cervello è stata danneggiata a seguito dell'incidente. "C'è una carenza di materia grigia nel cervello dell'agricoltore. Sono l'esito di lesioni che hanno colpito in profondità la sfera degli istinti e, quindi, dell'aggressività, della sessualità, della memoria". (48) Sostiene, inoltre, che Stevanin, a causa di questo, non ha avuto una vita normale, ha abbandonato gli studi ed il suo comportamento è stato radicalmente stravolto.
Il processo procede a tappe serrate; passo dopo passo, con la minuzia e la pignoleria che ha contraddistinto tutta l'indagine, il pubblico ministero Omboni ha cercato di ricostruire le prove e gli indizi a carico dell'imputato. Vengono ascoltate le madri delle vittime, che raccontano storie che si assomigliano. Poi tocca ad altri testimoni, ancora donne, alcune sono amiche delle vittime, altre sono le sue ex "fidanzate"; il loro contributo è importante, in quanto si apprendono le abitudini sessuali del presunto serial killer: la disponibilità ad accogliere le perversioni sessuali (fotografarle nude, rasarle il pube, fornirle indumenti intimi) è sempre proposta con delicatezza e educazione. Tutto questo, per la difesa, significa che Stevanin non praticava abitualmente sesso violento spinto fino al sadismo; per l'accusa e le parti civili, invece, dimostra chiaramente che l'imputato, non solo è capace di intendere, ma anche e soprattutto di volere, perciò in grado di assumere atteggiamenti diversi con le proprie partner, delle quali sono alcune rimangono vittime dei suoi giochi erotici. Testimonia anche la Musger, a porte chiuse, la donna che lo ha fatto incastrare nel novembre 1996, dando l'avvio all'indagine su questa terribile storia.
Poi arriva anche il momento del "primo amore", Maria Amelia, il rapporto più importante in assoluto, come aveva detto Stevanin agli psichiatri. C'è voluta un'ordinanza della Corte per portarla davanti alla giuria; si è sposata, ha dei figli e un'altra vita; le viene concesso di essere sentita a porte chiuse. Stevanin si è presentato in aula con il vestito delle feste, un gessato grigio scuro, mocassini neri, calze intonate alla camicia azzurra; manca solo la cravatta, ma quella è vietata dai regolamenti carcerari; lei, per oltre mezz'ora, racconta la storia di quell'amore che, finendo male, ha forse scatenato la furia omicida di Gianfranco Stevanin, e lo descrive come un ragazzo mite, tranquillo, gentile, ma anche come un uomo che non riusciva a diventare adulto.
Al processo, arriva anche il momento della madre dell'imputato, Noemi Miola, e del cugino, Antonio De Togni, entrambi accusati di concorso in occultamento di cadavere; questi ultimi sono stati chiamati in causa da un compagno di detenzione di Stevanin, il quale gli avrebbe riferito che, la sera della morte della Pulejo, arrivò la madre che rassicuro l'agricoltore e chiamò il cugino per farsi aiutare ad avvolgere il corpo e a sotterrarlo nel luogo in cui fu poi ritrovato. Parla il cugino che riversa sulla madre di Gianfranco Stevanin un mare di sospetti: "non poteva non sapere" afferma; alcuni giorni prima di arare il campo, dove fu poi ritrovato il cadavere della Pavlovic, la donna si era raccomandata di non effettuare lavori in quell'area e che ci avrebbe pensato suo figlio, una volta uscito dal carcere; in seguito, quando fu ritrovato il "pacco", come lo chiama, corre ad avvertire la zia, la quale gli suggerisce di non avvertire i carabinieri, ma di parlare prima con gli avvocati. Non solo, il cugino parla anche di indumenti, scarpe e bigiotteria femminile che la donna gli diede da gettare via. È Stevanin, però, a proteggere la madre, tanto da arrivare a proporre al presidente della Corte di ripetere l'esperimento dell'avvolgimento del cadavere, per dimostrare che riusciva a farlo da solo; era, forse, la disperata mossa del figlio per tenere la madre lontana da ogni responsabilità.
È il momento delle domande degli avvocati. L'avvocato Guarienti, di fronte al perché Stevanin sia diventato un serial killer, afferma che egli è sicuramente sano di mente, come ha dimostrato il suo comportamento nel corso del processo, e che la causa dei delitti vada ricercata nel problematico rapporto con la madre, un personaggio che incombe sul processo anche se assente, "l'unica figura femminile con cui rapportarsi, con un sentimento di odio/amore"; e, citando le parole del cugino dell'imputato, afferma: "bisogna essere stati in quella famiglia; lì, apparire è sempre stato più importante che essere". (49)
L'avvocato Bastianello lo descrive come un "assatanato che uccide solo per soddisfare il suo piacere sessuale"; mentre l'avvocato Cazzola esordisce dicendo: "mancano in quest'aula le persone che dovrebbero gridare assassino a Stevanin, le vittime" (50), affermando, poi, di essere di fronte ad un serial killer che sembra essere uscito dai profili psicologici dell'F.B.I.
Ai difensori dell'imputato spetta una missione disperata: dimostrare l'infermità mentale del loro assistito, data la lucidità con cui Stevanin ha risposto sotto i loro occhi ad ogni domanda. La tesi dell'avvocato Acebbi è ardita: in conseguenza del trauma cranico e delle lesioni al cervello riportate nell'incidente stradale del '76, Gianfranco Stevanin è totalmente incapace di intendere e volere quando uccide; non lo è, invece, quando occulta i cadaveri; insomma, "un malato che va curato e che, dopo avergli dato il minimo della pena per le incriminazioni minori, va recluso in un ospedale giudiziario". (51) L'avvocato Roetta, asserisce che: "è difficile difenderlo", perché non aiuta loro nella difesa; ritiene che l'ergastolo non possa risolvere il problema, perché Stevanin è "una persona sola, un malato che non è mai stato curato. Adesso è il momento di farlo". (52)
L'avvocato Acebbi, invece, punto il dito sulla madre che, forse, era consapevole della pericolosità del figlio, sicuramente era preoccupata "più della vergogna che della colpa"; la malattia del figlio era, per lei, una vergogna, quindi andava tenuta in casa con un "cordone sanitario". L'avvocato Dal Maso è l'uomo che più è stato vicino a Stevanin negli ultimi tre anni della sua vita; d'altra parte è stato lo stesso imputato, al momento di parlare dei suoi rapporti di amicizia a metterlo al primo posto; anche il legale ammette di sentire per lui sentimenti di affetto; chiede alla Corte l'assoluzione, perché il suo cliente è una persona incapace di intendere e di volere, in quanto "le sue azioni incongrue sono indice di una mente assolutamente disturbata". Conclude affermando di aver capito, dopo tutto il tempo passato con Stevanin che "l'umana miseria è compatibile con la malattia e che, comunque, c'era un uomo che mi chiedeva aiuto". (53)
Il legale conclude la replica, il presidente della Corte d'Assise, Mario Sannite, porge l'ultima domanda di rito all'imputato: "Cosa si aspetta dai giudici?". Lui si alza: "Sono probabilmente malato ...adesso però bisogna vedere quale idea ogni giurato si è fatto di me". (54)
1.5.1. Anche Stevanin sale sul banco dei testimoni Cinque udienze, trenta ore di interrogatorio durante il quale l'imputato rimane sempre lucido, con quel sorriso indecifrabile, che qualcuno considera tonto ed altri furbissimo; le braccia conserte, gli occhi fissi su un punto lontano, la voce ferma, sempre con lo stesso tono monocorde. Parla per ore, ha una risposta logica per ogni contestazione che gli viene mossa; rimescola le carte, scambia gli anni, sovrappone vicende, donne, cadaveri; si sofferma minuziosamente su dettagli insignificanti e poi si rifugia dietro comodi "non ricordo" quando gli viene chiesto di precisare i momenti chiave del suo racconto.
Viene messo sotto torchio dal pubblico ministero, dagli avvocati di parte civile, persino dai suoi legali, passa momenti difficili, ma non dà mai quell'impressione di incapacità di intendere e volere. Quando il presidente Sannite gli chiede se avverte sensi di colpa, egli risponde: "ero qui che ci stavo pensando, non saprei rispondere. Non saprei fino a che punto io possa essermi sentito colpevole di queste situazioni"; (55) i congiuntivi ci sono, i sentimenti, ancora una volta, no. Nel momento in cui gli avvocati di parte civile contestano a Stevanin che, nel suo caso, compaiono tutti i tratti tipici di un serial killer, lui risponde di aver l'impressione che certe cose siano loro a volerle mettere assieme a tutti i costi. Un momento importante, che mette l'imputato in difficoltà, arriva quando l'avvocato Cazzola gli pone dei problemi esistenziali, sui quali l'assassino seriale non ha preparato alcuna risposta; tergiversa, prende tempo, la sua imperturbabilità sembra, per la prima volta, vacillare. Ecco il contraddittorio tra il legale e l'imputato. (56)"i.


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