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MODUS OPERANDI: Educato e gentile, sadico e amante del sesso estremo, finiva, al suo dire, per incappare in incidenti di percorso...le sue vittime morivano durante l’amplesso, strozzate o soffocate da lacci o sacchetti di plastica, poi fatte a pezzi disseminate qua e là oppure interrate...

Serial Killer: Gianfranco Stevanin - Biografia (p.3) Tratto da atti processuali:
Volevo capire se per il signor Stevanin esiste un concetto di bene e di male.
Caspita ... si rende conto che per rispondere a questa domanda ci vorrebbe tutta la giornata?
Non credo...
Il concetto di bene e di male certo che ce l'ho
Possiamo conoscerlo? Qui stiamo parlando di vita e di morte. Di persone che c'erano e non ci sono più.
Male è ovviamente quello che va contro la salute e la vita di una persona. E anche contro la moralità, se vogliamo. In generale ...bene è l'opposto, per farla breve.
E per farla lunga?
Avete da battere record?
Interviene il presidente Sannite a richiamare Stevanin a risposte più adeguate. Passano quasi tre minuti prima della risposta.
Bene è tutto ciò che favorisce il benessere dell'uomo.
Segue un'altra lunghissima pausa.
Male, invece, è ... stimolo agli atti negativi della vita, porta a valenze negative.
Lei si è sempre ispirato al concetto di bene?
Ho cercato di farlo.
E c'è riuscito?
Spesse volte si, qualche volta no.
Su quali aspetti?
A volte non sono riuscito a capire bene le persone e, pur volendo far del bene, inconsciamente ho fatto del male, perché non riuscivo a comprendere i problemi di una persona ...non so se rendo l'idea.
Esiste un concetto di normalità e di non normalità per lei?
La normalità esiste si, solo che è un concetto molto soggettivo.
Ma esiste una distinzione tra questi due concetti?
La stessa distinzione che ho fatto prima. Cambia solo la vetrina.
Esiste un limite ai propri desideri, al proprio volere, al proprio piacere?
I limiti ci devono essere.
Quali sono?
I limiti sono quelli stabiliti ...da ciò che è bene e male. Un limite da non oltrepassare è quello che può provocare del male, tanto per dire.
Ha mai oltrepassato questi limiti?
Devo ammettere che li avevo già passati inconsapevolmente.
Quanto vale per lei la vita umana?
Che io sappia nessuno può dare un valore alla vita umana.
Per qualcuno può valere molto poco ...
Il valore è incalcolabile.
Considera la carcerazione un giusta punizione?
Almeno una parte di colpa, per aver nascosto i cadaveri c'è ... la carcerazione per quella parte di colpa che so di avere, la vivo serenamente, perché so che sono lì per espiare una colpa. Ma se dovessi essere incarcerato per altri reati, ben più gravi, direi che è ingiusta. [...].
Non le sembra che ci sia una progressione nella sua condotta? Lei inizia conservando un cadavere e arriva, nella fase finale, al sezionamento del cadavere. Non le sembra una forma di perfezionamento di un certo stile?
Se avessi avuto il controllo della situazione no ci sarebbe stato nessun decesso, probabilmente.
Bisogna vedere quale era stata la sua volontà effettiva ...
Adesso mi sembra che stia esagerando.
Si è mai eccitato nel tagliare un cadavere?
Una sensazione che ho avuto ...
C'è una forma di piacere a veder morire una persona?
Direi proprio di no.
Che sensazione ha provato lei?
Un po' di panico ...
Un atteggiamento diverso, Stevanin, assume subito dopo con il suo avvocato, "l'unico amico rimastogli". Voce suadente, tono basso, ammiccante, confidenziale. Deve dimostrare ai giudici che il serial killer che si trovano di fronte è un essere totalmente privo di coscienza, ossia della capacità di comprendere ciò che ha fatto.
Gianfranco di donne te ne sono morte tante sei sfortunato o cosa?
Molto fortunato no.
Hai mai collezionato peli pubici?
Collezionato ... avevo iniziato qualcosa del genere ...
Che volevi farne?
L'imbottitura di un piccolo cuscino.
Ma un cuscino del genere rientra dalla parte del bene o da quella del male?
Non ci vedo nulla di male.
Hai mai mangiato carne umana?
Oh Dio ...se dovessi risponderti, ti direi di no ...certo che, con i vuoti di memoria che mi ritrovo, non posso esserne certo.
Se tu l'avessi mangiata, rientrerebbe nel concetto di bene o di male?
Rimanendo nella normalità ...se una persona è normale non credo ...
Tu sei anormale?
Non lo posso sapere. Deve essere qualcun altro a spiegarmelo.
Di queste morti, di queste disgrazie che ti sono capitate, ti eri preoccupato?
Forse troppo e ...ma poi sono capitate quando mio padre stava male e quindi mia madre poteva salvarmi fino a un certo punto.
Dicevi, la prima può andare, la seconda vabbé, alla terza cominci a preoccuparti ...
Perché la prima non basta a preoccuparsi?
Ma un campanello d'allarme t'è suonato?
Per la prima (la Pulejo), sai che non posso avere qualche responsabilità.
E con la Smoljo?
Non so cosa pensare ...
Ma ti preoccupi? Dici "io con le donne non voglio averci più niente a che fare"?
È una soluzione troppo radicale. Non era colpa mia, quindi ...
Sempre le donne, di cui non può fare a meno, che rappresentano il centro dei suoi desideri, dei suoi pensieri. Ma poi, spiega, che nella sua vita c'è una sola donna che rappresenta "il massimo di femmina, di donna"; non dice il suo nome, ma tutti sanno che parla di lei, di Maria Amelia. Di certo, l'andrebbe a trovare "se uscisse dalla galera domattina", ma è consapevole di non essere più accettato, "visto il castello messo in piedi dai mass media", eppure, riprende, "un tentativo lo farei, visto che il mio ideale era di formarmi una famiglia". (57) Continua a parlare il difensore Dal Maso.
Ti consideri una brava persona?
Vorrei evitare di fare apprezzamenti su di me, potrebbero essere fraintesi dalla stampa.
Voglio sapere da te se ti consideri una brava persona.
Io si. Mi considero discretamente.
Ti consideri un soggetto pericoloso?
Assolutamente no. Anzi, ho sempre cercato soluzioni ai problemi con diplomazia, senza alzare la voce.
Tu sei un soggetto pericoloso ...
Più che pericoloso, direi che forse sono un soggetto che ha bisogno di cure.
Vuoi chiedere pietà a qualcuno?
Come minimo ai parenti delle vittime.
Lo fai sinceramente o è una cosa che fai perché devi farlo?
Non è un pro forma. Per pro forma non faccio niente.
Ti faccio un esempio: "cari signori, io ho commesso questi reati, devo chiedere scusa ai genitori e alle famiglie delle vittime, sono una persona che ha bisogno di cure, vi chiedo la massima accortezza nel giudicarmi. Sono pentito di quello che ho fatto". Prova a dirlo con le stesse parole cosa senti.
Vedi, adesso in quattro e quattr'otto, sicuramente ...
No, quando si arriva al dunque, tu parti sempre con il quattro e quattr'otto. Dopo tre anni hai tutto il tempo per esprimere un concetto di pentimento o di quello che senti. Puoi farlo? Ce l'hai questo sentimento? Fai tu, esprimi qualcosa. Non possiamo chiedere noi per te. Prova.
L'unica cosa che posso dire è che c'è il rischio di dire banalità.
Di banalità ne hai dette tante. Siamo al dunque, esprimi un tuo sentimento riguardo a queste vittime, riguardo a quello che è successo. Lascia stare le banalità, non sono banalità.
Non mi sento ancora di spiegare io stesso perché siano successi certi fatti ...e nonostante questo sono molto amareggiato, per quello che è successo, veramente molto amareggiato, perché erano tutte persone per le quali c'era, più o meno, un certo sentimento. Farei di tutto per far tornare in vita queste persone, ma so che questo non è possibile ...in ogni caso se mi dovesse ricapitare mi comporterei, immagino, in modo diverso.
E cioè, se avessi un'altra donna tra le braccia cosa faresti?
Andrei al Pronto Soccorso, dai carabinieri, insomma farei quello che va fatto e non ho fatto perché preso dal panico, chiamiamolo così ...
Questo sarebbe il tuo messaggio di pentimento?
Capisco di non rendere l'idea di pentimento, ma caspita è difficile esprimere qualsiasi sentimento d'altronde.
Unico risultato finale: Stevanin appare alla giuria come un soggetto incapace di provare emozioni. Un anaffettivo. Ma a noi, interessa conoscere l'unico giudizio che conta, quello che ha espresso la giuria.
1.5.2. Il pubblico ministero chiede il massimo della pena "Ergastolo". Alle 17.37 la parola cade inesorabile nel silenzio dell'aula. Scivola su uno Stevanin immobile al suo posto. Dopo cinque ore e quaranta minuti di requisitoria il pubblico ministero Maria Grazia Omboni ha pronunciato la sua richiesta, con tutte le aggravanti: nella ricostruzione dei sei omicidi e della violenza carnale non c'è posto per nessuna attenuante. Gli assassini, per il P.M., sono stati tutti volontari e legati da un unico filo conduttore, non ce n'è uno più grave degli altri, vista l'efferatezza con cui sono stati compiuti. Merita il massimo previsto dal codice penale: il carcere a vita più tre anni di isolamento diurno.
Stevanin si aspettava questa richiesta, per due anni i suoi legali lo avevano messo in guardia. Mentre il magistrato lo descrive come il più spietato degli assassini, l'imputato risponde ai cronisti mandando bigliettini: "dico chiaro e tondo che il P.M. sta esagerando alcuni fatti, minimizzandone altri e in generale sta stravolgendo il senso dei fatti in questione pur di dare l'immagine più negativa possibile e arrivare a un ovvio risultato. Sta tracciando un'immagine che mi rende adatto a una piena imputabilità. Scontato che, se questa viene accolta, non mi posso che aspettare il massimo della pena. (Ma ciò non significa che sia la mia vera immagine e, la conseguente, giusta pena)". (58)
Maria Grazia Omboni procede nella sua requisitoria, precisa, nitida, senza nulla concedere a effetti speciali e chiude il cerchio dei crimini. Parte dalle due violenze sessuali: quella commessa nei confronti di Maria Luisa Mezzari nel lontano 1989 e di Gabriele Musger il 16 gennaio 1994. Dentro il cerchio scorre la cronologia degli omicidi: Roswita Adlassnig (giovane prostituta, incantata dal fotografo in cerca di modelle. Muore ai primi di maggio del 1993; il suo corpo non viene mai trovato); Caludia Pulejo (tossicodipendente, soffocata il 15 gennaio e sepolta a ridosso di un muro del casolare); Blazenka Smoljo (prostituta soprannominata "Fatina", strangolata il 5 luglio 1994 e gettata nell'Adige); Bilijana Pavlovic (cameriera slava illusa dalle promesse di una lavoro e soffocata con un sacchetto di plastica il 18 settembre 1994); due sconosciute: una tagliata a pezzi, l'altra ritratta in una foto, orribilmente mutilata nelle parti intime.
Ricomposto il puzzle, il magistrato inquadra la personalità dell'imputato e le cause della sua criminosa attività sessuale. Azioni provocate da "risentimento per non essere apprezzato e considerato quanto lui avrebbe voluto essere e quanto lui riteneva di meritare. Ha avuto molte relazioni con donne ma, alla fine, tutte hanno deciso di interrompere i rapporti. Perché era bugiardo, inaffidabile, noioso, in ogni caso non suscitava più il loro interesse. Questi aspetti della personalità lo hanno portato a collezionare una serie di insuccessi. E gli insuccessi non fanno piacere a nessuno, però a Stevanin sono risultati particolarmente pesanti. Così, ha coltivato dentro di sé rancore e risentimento e ha maturato il desiderio di rivalersi e di riaffermare, anche con la violenza, se stesso sulle donne. Poi il suo bisogno di sentimento, rimasto insoddisfatto, ha lasciato spazio alla ricerca del sesso e la difficoltà di colmare anche questo lo ha condotto a pratiche sempre più spinte e letali per le compagne occasionali. Considerate come oggetti usati per il soddisfacimento dei propri bisogni e poi da gettare e distruggere nel momento in cui non servivano più, dimostrando il massimo disprezzo per il bene supremo della vita umana". (59) Gli avvocati dei parenti delle vittime calcano la mano, gli tolgono l'ultimo spiraglio: l'incapacità di intendere e di volere al momento dei fatti.
Spetta all'avvocato dal Maso giocare l'ultima carta. Afferma: "punirlo anziché curarlo sarà difficile, non si capisce chi si debba punire, se il ginecologo, il fotografo, il serial killer, il ragazzo perbene. Vi chiedo di assolverlo perché i fatti sono stati commessi da una persona incapace di intendere e di volere". (60)
Sono le 10.55. La Corte si ritira in camera di consiglio.
1.5.3. La sentenza della Corte d'Assise È il 28 gennaio 1998, la Corte, il presidente Sannite, il giudice togato Resta ed i sei giudici popolari, entrano in camera di consiglio per uscire meno di sei ore dopo. Dopo 114 giorni e 19 udienze, il presidente della Corte scandisce: "responsabile di tutti i reati". Stevanin si irrigidisce appena. I muscoli del viso un po' contratti. "Ergastolo". L'espressione del serial killer si fa di pietra. Fermo, immobile ascolta le altre pene che gli piovono addosso.
Quindi, la giuria accoglie in pieno la tesi e le richieste dell'accusa; hanno riconosciuto Stevanin colpevole di tutti i reati ascrittigli in un capo di imputazione interminabile, tra cui sei omicidi volontari, mutilazioni e occultamento di cadavere, stupri e sequestro di persona. L'idea di tutti i giurati è stata quella di una persona pienamente consapevole di quello che ha fatto e non di un malato di mente, come avevano, invece cercato di dimostrare fino all'ultimo i suoi legali.
Da qui, la condanna all'ergastolo, tre anni di isolamento diurno appena sarà esecutiva; la pena accessoria dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici, il risarcimento alle parti civili per oltre un miliardo, 150 milioni per ogni genitore e alla figlia minore di Roswita Adlassnig, 50 milioni per ogni fratello, sorelle e figli delle vittime, più le spese degli avvocati di parte civile e quelle processuali. E, onde evitare che successive lungaggini nella definizione del giudizio consentano a Stevanin di uscire dal carcere per decorrenza dei termini, ecco anche l'ordinanza di custodia cautelare per gli ultimi quattro omicidi che gli sono stati contestati e per i quali, ora, è stato condannato.
Omicidi volontari, crudeli e agghiaccianti, tutti egualmente gravi, sottolinea la sentenza, frutto di una mente lucida, capace di distinguere il bene dal male e di scegliere se lasciar vivere o morire le donne conosciute. Gianfranco Stevanin è colpevole anche di una lontana violenza carnale del luglio 1989, ai danni di una prostituta veronese. Importante perché, vincolandola ai sei delitti con la continuazione, dimostra la correttezza della ricostruzione accusatoria del P.M. Omboni, per la quale, l'agricoltore avrebbe iniziato la propria carriera di assassino seriale in quella ormai remota estate del 1989 e l'ha continuata imperterrito e impunito fino all'arresto, quando, a seguito della violenza sessuale ai danni della Musger, viene scoperto. E quale era il suo ritmo? Nel maggio del'93, sparisce la Adlassnig, nel gennaio del '94, la Pulejo, poi un crescendo; luglio dello stesso anno, la Smoljo, settembre la Pavlovic, ottobre la "studentessa", novembre la Musger. Per tre di loro, almeno, adesso ci sarà la pace di un sepolcro, per le altre no; si può solo sperare che Stevanin restituisca, magari "ricordando un altro poco", anche a queste sue vittime la possibilità di una degna sepoltura.
Gianfranco Stevanin, trentasette anni, possidente terriero che nella sua vita aveva fatto più nulla che poco, aveva una sola passione: il sesso. Una passione che ha condotto alla morte sei giovani donne, anche se per lui, sembra essere stata colpa della morte il fatto che non siano sopravvissute. "Non mi hanno capito", è l'unico commento che fa in tempo a dire al suo legale Dal Maso, prima di venire bruscamente portato via dall'aula. Stevanin esce di scena, se ne va solo, come solo è stato per tutto il processo, senza il conforto di una presenza amica o di un parente. Anche questa è la sua tragedia.
1.6. Il processo davanti la Corte d'Assise d'Appello Il 22 marzo 1999 prende il via, presso la Corte d'Assise d'Appello do Venezia, il processo di secondo grado per i delitti attribuibili al "mostro di Terrazzo". Gianfranco Stevanin non è comparso davanti ai giudici. Ha preferito rimanere nel carcere di Brescia, dov'è detenuto. Non ha quindi ascoltato, nell'aula semideserta, i particolari agghiaccianti dei delitti, così come li ha evocati il giudice a latere Antonio De Nicolo nella relazione preliminare del processo d'appello. È la scarsa presenza di mass media e di semplici curiosi a impressionare maggiormente nel secondo grado processuale; si ha una situazione completamente opposta a quella verificatasi in Corte d'Assise.
Il primo momento importante dell'udienza si ha quando il presidente della Corte, accogliendo la richiesta dei difensori di Stevanin, ha disposto una nuova perizia neurologica, che dovrà stabilire se le lesioni al cervello subite nell'incidente stradale del 1976, hanno determinato una diminuzione o addirittura l'annullamento della capacità di intendere e di volere dell'agricoltore. L'incarico formale sarà affidato ai professori Gianfranco Denes, Giuliano Avanzini e Mario Tantalo. L'organo giudicante, presieduto da Silvio Giorgio, ha riaperto, quindi, la questione preliminare dell'imputabilità del serial killer. La presenza, accanto ai due neurologi, di uno psicopatologo forense, lascia presumere che sarà chiesto, un parere sul piano neurologico e non solamente su quello psichiatrico previsto dall'incarico. Questa soluzione è importante, perché i periti d'ufficio del Gip e i periti dell'accusa in primo grado, non erano neurologi, mentre questa specializzazione aveva il professor Pinto, che, nei risultati delle analisi da lui svolte, aveva svelato un "buco nero" nel cervello del periziando.
I difensori di Gianfranco Stevanin hanno riportato altri due parziali successi nella prima udienza. Il primo è stato quando la Corte ha disposto l'acquisizione del verbale in lingua originale (tedesco) dell'interrogatorio di Barbara Adlassnig, sorella di una delle sei vittime, Roswita, scomparsa dopo un incontro con l'agricoltore nel maggio del 1993. Era stato uno dei punti controversi del dibattimento di primo grado, perché conteneva un'indicazione temporale dell'ultima telefonata ai familiari da parte della prostituta austriaca, che poteva scagionare Stevanin per uno dei sei delitti. Infatti, Barbara Adlassnig, parlava del settembre 1993, quindi, quattro mesi più tardi dell'incontro con il serial killer. Un supplemento di indagine dei carabinieri aveva portato la Corte di Verona a ritenere che la donna si fosse confusa e a considerare prevalente il riferimento ad una fiera che si tiene a Graz (città dove risiedeva) a maggio, in occasione della quale Roswita aveva promesso di tornare a casa con dei regali per i due figli. La Corte veneziana si era riservata anche di decidere anche sulle cause della morte della Pulejo. Dal Maso, infatti, ha rilanciato l'ipotesi del decesso per overdose, contro quella per soffocamento della tossicodipendente, che era stata, invece, accolta da giudici di primo grado.
Le parti civili, invece, hanno presentato la propria rinuncia a costituirsi in appello, visto che poche settimane prima erano state risarcite grazie alla vendita dei poderi in via del Brazzetto e via Torrano, dove Stevanin aveva seppellito alcuni dei cadaveri delle proprie vittime. E, così come era stato profilato da alcuni, si ha un clamoroso rovesciamento delle conclusioni della Corte d'Assise di Verona. I periti, infatti, hanno stabilito che, quando Stevanin uccideva, anche se lo ha fatto più volte, era incapace di volere, perciò non punibile. Giuliano Avanzini, Gianfranco Denes e Mario Tantalo hanno decretato che, al momento di compiere gli omicidi di cui l'agricoltore è stato accusato, aveva una "capacità di intendere grandemente scemata, mentre era esclusa la capacità di volere".
I periti della Corte d'Assise d'Appello hanno, perciò, privilegiato gli aspetti neurologici rispetto a quelli psichiatrici e hanno riscontrato in Gianfranco Stevanin una forma di epilessia causata da una lesione cerebrale frontale destra, provocata dall'incidente motociclistico, e lesioni atrofico-degenerative di entrambi i lobi frontali del cervello. E proprio questi danni avrebbero influito sulla sua volontà nel momento di uccidere. Stevanin, invece, sarebbe stato pienamente consapevole sia nel compiere atti di violenza sessuale, sia nell'occultare i cadaveri delle sue vittime. La loro conclusione è stata tuttavia concorde nel definire socialmente pericoloso il periziando.
Di fronte ad una perizia d'ufficio di questo tipo, pochi spazi sono rimasti per l'accusa. Il procuratore generale Augusto Nepi, al termine della requisitoria, chiede perciò 13 anni di reclusione per l'occultamento e la distruzione dei cadaveri e l'assoluzione per i reati di omicidio. Alla richiesta di condanna ha poi aggiunto anche l'applicazione della misura di sicurezza di dieci anni a causa della pericolosità sociale dell'imputato. Il P.G., pur condividendone le conclusioni, ha sottolineato l'esistenza di "contraddizioni e lacune" nel lavoro dei periti, da cui non emergerebbero con chiarezza i "fattori scatenanti degli atti omicidiari, che non possono essere giustificati da lesioni craniche". (61) Per il calcolo complessivo della pena, il magistrato ha chiesto il massimo previsto per il reato di vilipendio di cadavere, sette anni, per l'episodio più grave, più quattro per gli altri episodi legati agli omicidi contestati per i quali non è punibile. Infine due anni di reclusione per l'episodio di tentata violenza sessuale a Maria Luisa Mezzari.
Il procuratore generale aveva "scontato" a Stevanin anche l'accusa di omicidio nei confronti di una donna di cui rimangono alcune fotografie che la ritraggono con lesioni conseguenti a pratiche di "sesso estremo". A detta di Nepi, infatti, non si può presumere che la donna ritratta fosse priva di vita. I legali di Gianfranco Stevanin, invece, hanno insistito sulla completa non punibilità del loro assistito chiedendone l'assoluzione. Le reazioni delle parti, come prevedibile, erano del tutto contrastanti.
I difensori dell'imputato cantano vittoria, anche se ritengono più giusto tenerlo sotto osservazione per un lungo periodo di osservazione, data la sua pericolosità. L'avvocato Bastianello, che rappresentava la madre di Biljana Pavlovic nel primo processo, si dichiara "esterrefatto", trovando la valutazione psichiatrica dei periti anomala; ritiene, infatti, che, interpretando a segmenti la personalità dell'imputato, non ne sia stata valutata appieno la personalità.
L'avvocato Guarienti, difensore della madre della Pulejo in primo grado, commentando la sentenza, sostiene invece che il discorso dell'incapacità di volere poteva esser valido solo per il primo omicidio, non quando si hanno uccisioni ripetute. "Il processo lo stanno facendo le perizie, non i giudici", afferma Giampaolo Cazzola, che assisteva i fratelli della Pulejo; a Verona, sostiene, i giurati avevano avuto la possibilità di avere Stevanin sotto gli occhi per molti giorni e di valutarne il comportamento. A Venezia questo non è avvenuto. Continua affermando che: "la svolta processuale dimostra quanto sia stata azzeccata la decisione di chiudere l'accordo per i risarcimenti prima dell'Appello. Almeno i parenti delle vittime hanno avuto qualcosa, altrimenti, oggi, non potrebbero accampare nessuna pretesa". (62)
Spetta a questo punto ai giudici di Venezia emettere la sentenza.i.


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